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Blessed John Paul II's Apostolic Visit to Japan

23rd - 26th February 1981

Click here to read all Pope John Paul II's words during his trip.

Pope John Paul II's Greeting to the Japanese people
Cathedral of Tokyo, Monday 23 February 1981 - in Italian, Portuguese & Spanish

"È una gioia per me metter piede su questo suolo del Giappone. È davvero un’ora di grande esultanza quella che vivo giungendo in questa terra ospitale, dove madre natura ha prodotto meraviglie di incomparabile bellezza che parlano a tutto il mondo della gloria del Creatore. Soprattutto mi dà immenso piacere essere in mezzo ai Giapponesi stessi, nel loro paese che ha generato una venerabile cultura che abbraccia molti secoli.

Vengo in Giappone come pellegrino di pace, portando un messaggio di amicizia e rispetto per voi tutti. Desidero comunicare la mia stima e il mio amore per ogni uomo, donna e bambino in quest’arcipelago. Inoltre, in uno spirito di gratitudine, spero restituire la visita che migliaia di Giapponesi hanno fatto a me e ai miei predecessori a Roma, incominciando da Gregorio XIII nel 1585.

Nel corso degli anni, innumerevoli cittadini di questo paese ci hanno onorati con la loro presenza. Molti Giapponesi sono venuti in Vaticano per parlare dei loro valori religiosi, per mostrare la loro arte e per esprimere i loro cordiali auguri. Per tutto questo porgo oggi rinnovati ringraziamenti.

In cambio esprimo a tutto il popolo di questa nobile nazione il mio desiderio per il suo benessere e la sua pace. In particolare, i miei rispettosi saluti vanno a Sua Maestà Imperiale e alla Famiglia Imperiale. Dichiaro la mia gratitudine alle autorità del Governo, che hanno facilitato la mia visita in tanti modi.

Con gradito anticipo saluto tutti i membri delle diverse religioni del Giappone. Per i molti contatti già avuti in Vaticano, mi sento vicino a voi in amicizia. Mentre desidero vivamente incontrare molte diverse categorie di persone durante la mia visita, porgo i miei cordiali auguri alla gioventù del Giappone, che deve riportare le speranze per un mondo migliore, in cui l’efficace protezione della dignità di ogni essere umano sarà la misura del progresso e la garanzia della pace.

Ed ora, permettetemi di dire una parola alla comunità Cattolica di questa terra. Sono grato ai Vescovi che mi hanno invitato e a tutti i fedeli che hanno così devotamente preparato la mia venuta. Con profondo fraterno affetto saluto i miei fratelli e sorelle Cattolici che lavorano insieme con gli altri loro fratelli Giapponesi in piena libertà di coscienza e di religione. Inoltre, essendo buoni cittadini, essi sono una parte importante e molto amata della comunità universale della Chiesa Cattolica. Rendo omaggio alla loro fede religiosa che per generazioni è stata espressa in buone opere ed è stata autenticata dalla straordinaria testimonianza di eroici martiri. Fra questi martiri includete quei Giapponesi che sono stati appena beatificati a Manila e che oggi rendono onore a tutto il Giappone e sono acclamati in tutto il mondo. Per voi, fedeli Cattolici del Giappone, offro la fervente preghiera con le parole di San Paolo, che “la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4,7).

E poiché la mia visita incomincia oggi a Tokyo, una visita che mi porterà a Hiroshima e a Nagasaki, il mio grande desiderio è di assicurare ognuno di quelli che incontrerò dei miei sentimenti come fratello ed amico, dei miei sentimenti di amore e di pace. Possa l’Altissimo Iddio effondere sul Giappone le sue più elette benedizioni! "

Papa John Paul II's words to clergy and religious men
Cathedral of Tokyo, Monday 23 February 1981 - in Italian, Portuguese & Spanish

"E ora desidero rivolgere il mio pensiero ai fratelli religiosi che s’impegnano per l’alto ideale di seguire Cristo più da vicino in castità, povertà e obbedienza. In seguito avrò anche l’opportunità di parlare alle religiose del Giappone.

Cari fratelli, la vostra unione con Cristo, che è cominciata col battesimo, che è stata rafforzata attraverso la vostra consacrazione religiosa, implica una speciale unione con la Chiesa. Voi partecipate più completamente al mistero della sua vita e più profondamente siete coinvolti nella sua missione nel mondo. Consapevole di questa dimensione ecclesiale della vita religiosa, ripeto a voi quel che scrissi nella mia prima enciclica: “Il compito fondamentale della Chiesa di tutte le epoche, e, in modo particolare della nostra, è di dirigere lo sguardo dell’uomo, di indirizzare le coscienze e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della Redenzione che avviene in Cristo Gesù” (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 10).

Le vostre vite consacrate a Cristo mediante i consigli evangelici sono in grado di elevare le mente ed i cuori della nostra generazione verso il solo che è Santo, verso il solo che è il Creatore e Salvatore di tutti. Essendo pieni di gioia, messaggeri di verità, servi generosi di coloro che sono nel bisogno e uomini di preghiera animati da una fiducia profonda nel Signore, voi elevate lo sguardo degli uomini e delle donne del nostro tempo. Voi innalzate nella speranza i loro occhi. Voi li aiutate a scorgere quel che è possibile fare per “camminare sulle alture” (cf. Ab 3,19) per entrare nell’unione di amore e nella conversazione con Dio.

Desidero dire una parola speciale ai sacerdoti qui presenti, sia religiosi che diocesani. Il cuore del ministero sacerdotale è di proclamare il Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, proclamazione che raggiunge il suo vertice e il suo fine nella celebrazione Eucaristica. Come voi impegnato in questa missione vitale della Chiesa, vi chiedo di prestare particolare attenzione ad un punto che ho trattato nella mia recente enciclica: “La Chiesa vive una autentica vita quando professa e proclama la misericordia: il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore” (Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, 13)

Possa ogni vostra parola ed azione essere una testimonianza eloquente al nostro Dio, ricco di misericordia. Possano i vostri sermoni ispirare speranza nella misericordia del Redentore. Possa il modo con cui amministrate il Sacramento della penitenza aiutare ogni persona a esperimentare in un unico modo l’amore misericordioso di Dio, più potente del peccato. E possa la vostra personale gentilezza e il vostro pastorale aiutare ognuno a scoprire il Padre misericordioso sempre pronto a perdonare.

Inoltre, fratelli miei sacerdoti, possiate sempre essere uniti fra voi e con i vostri Vescovi. Come Ignazio di Antiochia scrisse a Policarpo: “Che l’unità, il maggiore di tutti i beni, sia la vostra preoccupazione”. L’unità all’interno del presbiterio non è cosa senza importanza per la nostra vita e il nostro servizio sacerdotale.

Infatti essa è parte integrante della predicazione del Vangelo. E simboleggia l’intento reale del nostro ministero: promuovere l’unione con la Santissima Trinità e rafforzare la fraternità fra tutte le persone. Così, lo stesso zelo che ci spinge a servire il nostro popolo deve anche ispirarci ad essere uniti fra noi.Ricordate come il desiderio di Gesù per l’unita lo spinse a pregare nell’ultima Cena: “Che tutti siano una cosa sola. Come Tu, Padre, sei in me e io in Te, siano anch’essi in noi una cosa sola perché il mondo creda che Tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

Così, vi esorto con le parole di san Paolo: “amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno” (Rm 12,10). In mezzo a tutte le vostre occupazioni pastorali, trovate anche la possibilità di pregare insieme, di offrirvi ospitalità fra voi, di incoraggiarvi scambievolmente nell’opera del Signore. Possiate avere un’attenzione particolare per quei vostri fratelli che sono soli. malati oppure oppressi dai pesi della vita. Come “collaboratori nella verità” (cf. 3Gv 1,8), sostenete i vostri fratelli sacerdoti nel grande compito che è nostro, la proclamazione dell’amore misericordioso di Dio, che è stato reso visibile in Cristo Gesù Nostro Signore.

Nell’esprimere il mio affetto e la mia stima per tutti i sacerdoti e fratelli qui presenti, desidero aggiungere una parola di particolare apprezzamento per il contributo dei missionari alla Chiesa in Giappone. Per le generose fatiche dei vostri predecessori, la Chiesa è stata impiantata in questa terra e il vostro fedele ministero continua ad essere un efficiente servizio alla causa del Vangelo. Siate certi che la Chiesa tutta grandemente onora la vostra vocazione missionaria e quella di tutti i vostri compagni missionari dappertutto nel mondo.

Oggi rinnovate la vostra fiducia in Gesù Cristo e il vostro impegno per la gloria del suo santo nome.

E a tutti quelli che sono riuniti in questa chiesa cattedrale dico: “Grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo” (1Cor 1,3)."

Papa Giovanni Paolo II's words to the lay people
Cathedral of Tokyo, Monday 23 February 1981 - in Italian, Portuguese & Spanish

"Cari fratelli e sorelle in Cristo,
1. È per me motivo di grande compiacimento poter salutare oggi voi, laici cattolici. In Giappone i laici occupano un posto speciale nell’evangelizzazione e nella vita interna della Chiesa. Così è stato sin dall’inizio. I missionari poterono contare sulla generosa collaborazione dei laici, ed erano particolarmente incoraggiati dalla fede profonda manifestata dal laicato. Tra i martiri della Chiesa in Giappone, oltre ai sacerdoti e religiosi, vi sono stati numerosissimi laici uomini e donne e bambini che non hanno esitato a confessare Cristo fino a sacrificare la loro vita. Viene perfino detto che ciò che decise San Francesco Saverio a venire in Giappone fu l’influenza di un laico giapponese, Anjiro. Quest’uomo, mosso da un profondo desiderio di far conoscere Gesù Cristo ai suoi connazionali, convinse il Santo a venire qui. Poi diventò un suo validissimo aiuto, e fu lui a sottolineare che il popolo giapponese avrebbe accolto la fede cristiana purché avesse costatato con i suoi occhi che la vita dei cristiani corrispondeva al messaggio da essi predicato. È cosa edificante e incoraggiante guardare a quegli inizi per comprendere la bellezza e la profondità della missione dei laici nella Chiesa oggi.

2. Da allora la Chiesa nel Giappone ha continuato con costanza il suo compito di evangelizzazione. Il numero complessivo di cattolici in questa nazione è ancora piccolissimo, ma in tutto il Paese esistono fervide comunità cristiane che con la loro unità testimoniano l’amore di Dio e la potenza di Gesù Cristo. La testimonianza che i cristiani danno con la loro vita rende credibile il messaggio evangelico nel Giappone di oggi. La Chiesa intera dev’essere una Chiesa evangelizzatrice. Gesù stesso esorta tutti i membri del suo Corpo ad essere, con la loro vita di ogni giorno, sale della terra e luce del mondo. Con Lui io vi dico: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16).

Con la forza che vi viene dalla vostra unione fedele, fiduciosa e amorosa con Cristo, voi laici del Giappone avete una particolare responsabilità di far arrivare il Vangelo a tutti i livelli della società, e comunicare con la parola e con le opere il messaggio e la grazia di Cristo. Come veri apostoli, voi cercate occasioni per proclamare Cristo ai non credenti e rinforzare nella fede quelli che già credono. Il vostro ruolo è davvero un ruolo indispensabile per la vita e la missione della Chiesa.

3. In Lui io saluto le famiglie cristiane del Giappone, che il Sinodo dei Vescovi ha chiamato la “Chiesa domestica”. I genitori e i figli costruiscono veramente una comunità di amore e di comprensione, dove le gioie e le pene della vita sono condivise, dove le convinzioni della fede sono trasmesse, e soprattutto dove viene data lode a Dio nell’umile preghiera. Saluto i professionisti e i lavoratori che si sforzano di svolgere i loro compiti come servizio alla società, portando a questa le convinzioni e le considerazioni etiche che l’insegnamento di Cristo offre.

Saluto tutti quegli uomini e donne che svolgono attività in parrocchie e organizzazioni, in opere di Carità e nell’apostolato sociale, nell’istruzione e nella catechesi. Saluto le generazioni di laici più giovani che possono portare al mondo della scuola e dell’università il senso e il fine che hanno scoperto nella propria vita in Gesù Cristo.

A tutti voi dico, siate fedeli alla missione che vi è propria: diffondere il Regno di Cristo a gloria del Padre, nell’unità dello Spirito Santo. E possa Maria, Madre di Gesù, aiutarvi a far conoscere suo Figlio ai vostri fratelli e sorelle in questa nazione."

Pope John Paul II's Address to the Japanese Bishops
Apostolic Nunciature, Tokyo, Monday 23 February 1981 - in English, Italian, Portuguese & Spanish

"Dear Brothers in Christ,
1. It gives me deep joy to come to your country on the occasion of the Beatification of your Japanese martyrs. These holy martyrs take their place, alongside the many others that the Church already honors officially, to testify to the glorious Christian history of your people, in which the blood of martyrs has truly become the seed of Christians. I am looking forward to having the opportunity to honor these martyrs in a solemn way in Nagasaki. Meanwhile the important event of their Beatification gives me this occasion to make a pastoral visit to the Church in Japan—the occasion to meet all categories of the faithful and the special joy of being with you, the Pastors of the flock.

2. I have come here to offer you my fraternal support for your mission of proclaiming Jesus Christ to the "pusillus grex" of Japan and to anyone who may freely wish to listen to the Gospel message. I have come sο that we may express together our unity in Christ and in his Church, that you may be reinforced in this unity, and that in the strength of this unity yοu may proceed with new vigor to face the challenges of your pastoral mission.

When, as Successors of the Apostles, as Bishops of the Church of God and as servants of the Gospel, we listen attentively, we can hear the same cry that was addressed to the Apostle Philip : "We wish to see Jesus"[1]. And today, does not this cry resound throughout the teeming metropolis of Tokyo and throughout all Japan? And is it net addressed in a particular way to you, the Bishops of Japan?

3. Dear Brothers, the Father wills to continue to manifest his beloved Son through our pastoral ministry. He wants to manifest him as the loving and merciful Savior of the world, the Teacher of humanity, the perfect Son of Man and the eternal Son of God. At the same time the Father wills that all people may have life in his Son, and through him share in the life of the Most Holy Trinity. Our response to this plan of the Father is expressed in the programs of evangelization and catechesis, whereby we perseveringly proclaim Christ, and methodically endeavor to lead our people to the full appreciation of their Catholic faith and to full maturity in Christ.

4. In order to show Christ to the world, in order to build up the community of the Church, we ourselves must be able to say with Saint John : "Our fellowship is with the Father and with his Son Jesus Christ"[2]. This unity must be maintained in all its ecclesial dimensions, including communion with the universal Church.

This unity requires from Bishops the collegialitas effectiva and the collegialitas affectiva with the Successor of Peter and with all their brother Bishops throughout the world. It likewise requires a special manifestation of unity among the Bishops of each Episcopal Conference. This latter dimension is of particular importance for the effect that it has on all local apostolic endeavors.

But above all, unity belongs to the mystery of the Church, and its value was deeply understood in the early Christian community, where the believers were "of one heart and soul"[3]. From the beginning, the Bishops of Christ's Church have held—and they still hold—special responsibility for the unity of the Church, with a serious obligation to be united among themselves. Saint Paul's words of apostolic injunction have a personal meaning for every Bishop and group of Bishops : "I appeal to you, brethren, by the name of our Lord Jesus Christ, that all of you agree and that there be no dissensions among you, but that you be united in the same mind and the same judgment"[4].

5. The expression of this close unity in fraternal collaboration is required for your pastoral programs. It is a condition for their successful coordination and for their effectiveness. In this way I urge you to do everything possible to find strength in unity, in order to promote common pastoral initiatives in evangelization and catechesis. Continue, dear Brothers, in the same zeal that has already sustained hard work in the areas of the common translation of the Bible, the publication of the new Missal, the compilation of a new catechism and the translation of the documents of the Magisterium.

And there are many more pastoral issues that will require the full measure of your common commitment for the welfare of the Church in Japan. The fraternal collaboration of all the Bishops among themselves in fulfilling the directives and genuine spirit of the Second Vat­ican Council, as well as the postconciliar norms issued by the Apostolic See, is indeed an act of pastoral love for the people.

6. Like the whole Church, you feel the urgent need for giving continuing catechesis to yοur people. I am sure that yοu will make every effort to see that no category of the faithful is neglected.

 In my Apostolic Exhortation on Catechesis, I spoke to all the Bishops of the Church in the following terms : "I know that your ministry as Bishops is growing daily more complex and overwhelming. A thousand duties call yοu ... But let the concern to foster active and effective catechesis yield to no other care whatever in any way. This concern will lead yοu to transmit personally to your faithful the doctrine of life. But it should also lead you to take on in yοur diocese, in accordance with the plans of the Episcopal Conference to which you belong, the chief management of catechesis, while at the same time surrounding yourselves with competent and trustworthy assistants. Your principal role will be to bring about and maintain a real passion for catechesis, a passion embodied in a pertinent and effective organization ... You can be sure that if catechesis is done well in your local Churches, everything else will be easier to do. And needless to say, although your zeal must sometimes impose upon you the thankless task of denouncing deviations and correcting errors, it will much more often win for you the joy and consolation of seeing your Churches flourishing because catechesis is given in them as the Lord wishes"[5].

One of the areas worthy of special pastoral zeal is the need to catechize the young people in preparation for marriage. This need is all the more pressing for those who will be endeavoring to live upright lives with marriage partners who do not have the same faith or the same religious convictions. Efforts made in this field can do much to foster the sanctity of marriage and the family. In all catechetical endeavors it will be necessary to proclaim clearly the teaching of Christ and his Church. Catechesis should never doubt the power of Christ's grace to lead the faithful to high degrees of Christian holiness.

7. Αs Bishops, we must be convinced of the need never to lower the standards of Christian living that we present to our people. Our pastoral responsibility urges us to propose a deep acceptance of the Beatitudes, a radical commitment to evangelical values. Our people, redeemed and sanctified by the blood of the Savior, are capable of accepting the divine invitation that it falls to us to transmit. Over and over again Japanese Catholics have proved that they are able to maintain their cultural heritage, while making incarnate in it the original element of Christianity, that newness of life in Christ. They have shown an understanding of the doctrine of the Cross and of the universal vocation to holiness. It is necessary to keep alive the memory of your martyrs so that your people will always know that it is their heritage to glory "in the Cross of our Lord Jesus Christ"[6].

8. Supremely worthy of intense united efforts on your part is the apostolate of vocations. Βy God's grace a high percentage of Catholic women have embraced the religious life. But the Gospel still has need of many witnesses. It is important that young people be given the opportunity to hear Christ's call. And many of the young people, once they have heard and seen Jesus, will want to follow him.

The promoting and obtaining of vocations by prayer and effort is followed by two other dynamic aspects : careful attention to the proper formation of those who have accepted God's call, and the rightful employment of priestly and religious talents.

The major seminaries, in particular, shοuld be the object of the Bishops' deepest pastoral interest, so that the priorities of the priesthood will be appreciated long before ordination. For all of us—and it is worth repeating time and time again—the apostolic priorities of the priesthood are "prayer and the ministry of the word"[7]. To sustain your priests in these activities is to promote Christ's plan for his Body, the Church. Of all the members of the flock, none have more right to your fraternal love than the priests who are your partners in the Gospel of salvation : yοur own diocesan priests and the missionaries who serve generously by your side. Your kindness, your interest, your personal concern for them as friends constitute a salutary example for them in their own relationship with the rest of Gods people.

9. In my first Encyclical I devoted rather lengthy sections to two vital aspects of the Church's life : the sacraments of Penance and the Holy Eucharist. I have repeatedly emphasized the great power of these sacraments in regard to Christian living.

And today I would encourage you personally to do everything in your power to help the ecclesial community to appreciate fully the value of individual confession as a personal encounter with the merciful and loving Savior, and to be faithful to the directives of the Church in a matter of such importance. The norms of the Apostolic See in regard to the altogether exceptional use of general absolution also take into account "a right on Christ's part with regard to every human being redeemed by him"[8].

10. Your own ministry and that of your priests, as well as the whole activity of the universal Church, reaches its culmination in the Eucharistic Sacrifice. Here the proclamation o f Jesus Christ is complete. Here evangelization finds its source and summit[9]. Here our unity in Christ finds its fullest expression. With what joy I look forward to celebrating the Eucharist in your midst three times in the next three days, offering up to the Father, in union with Jesus Christ, all the hopes and aspirations, all the joys and sorrows of the Japanese people, praying "that the word of the Lord may speed on and triumph, as it did among you"[10].

11. Let us continue then, dear Brothers, despite obstacles and setbacks, despite human weakness, to offer the Gospel freely and in its entirety. It is our contribution in the face of the loneliness of the world, it is οur answer to the selfishness of man, to the lack of meaning that many people find in life, to the temptation to escapism, to lethargy and discouragement. As ministers of Christ we offer his word and the tender love of his Sacred Heart: it is our original and specific contribution to the dialogue of salvation, to the promotion of human dignity and to the final liberation of humanity.

In the name of Jesus let us go forth confidently, and in the name of Mary let us rejoice. Saint Paul Miki and his companion martyrs understood the meaning of these names and their gentle power. And may this heritage long remain in Japan : tο lead future generations to Jesus through Mary.

Dear Brothers : thank you for your invitation to come to Japan. Thank you for your own fraternal support and for your partnership in the Gospel. "Μy love be with yοu all in Christ Jesus. Amen."

JPII's words to representatives of non-Catholic Christian Churches
Apostolic Nunciature, Tokyo, Tuesday 24 February 1981 - in Italian, Portuguese & Spanish

"Cari fratelli cristiani del Giappone,
Grazie di essere venuti come rappresentanti delle vostre Chiese e comunità, per incontrarvi con me. “La grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi!” (2 Ts 3, 8).

1. Il movimento ecumenico ci ha messi in grado di vedere più chiaramente in questo tempo i legami che uniscono i cristiani, per mezzo di Cristo e nello Spirito Santo, in un’unica comunione, anche se incompleta a causa delle reali divisioni che restano. Ma Dio nel suo disegno di amore ci chiama ad un’unità tanto profonda quanto misteriosa, come quella tra il Padre e il Figlio. Cristo stesso pregò per i suoi seguaci che “siano come noi una cosa sola” (Gv 17, 22). Ci sono infatti “un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo” (Ef 4, 5), che riuniscono insieme tutti quelli che sono stati giustificati dalla fede nel battesimo e sono incorporati a Cristo (cf. Unitatis Redintegratio, 3).

2. Questo ha già importanti implicazioni pratiche per le relazioni tra le nostre Chiese e comunità, malgrado le divisioni. Significa che in primo luogo dobbiamo scambievolmente riconoscerci in Cristo, che dovremmo considerare il significato di ciò che facciamo nelle nostre varie Chiese e comunità, che dovremmo convenire sulle nostre rispettive responsabilità di pregare e di incoraggiarci l’un l’altro. Dal momento che facciamo così, possiamo cominciare, con l’aiuto della grazia, a scoprire e ad apprezzare l’uno nell’altro i valori della vita cristiana, “sia individualmente, sia nelle comunità e Chiese” (Unitatis Redintegratio, 3). Questo apprezzamento è opera della grazia, ma è pure cosa che anche noi, possiamo favorire. A volte ci sarà l’occasione per riunirsi o agire insieme a servizio del Vangelo.

3. Soprattutto, siamo chiamati a pregare l’uno per l’altro e, in alcune occasioni, anche a pregare insieme, specialmente perché sia ristabilita la piena unità fra noi. Tale preghiera è essenziale per far convergere l’attenzione sul nostro unico Signore Gesù Cristo, che adoriamo e al quale dobbiamo dare fedele testimonianza. Siccome vi sono tuttora importanti materie di fede sulle quali non abbiamo ancora raggiunto intesa, bisogna che ci sia una preghiera intensa per la riconciliazione e per la completa unità che Nostro Signore vuole per il suo popolo. Quanto vi vorrei incoraggiare a impegnarvi in questo in occasione dell’annuale Settimana di Preghiera per l’Unita dei cristiani, associandoli dappertutto nel mondo in un grande atto di intercessione che può aprire cuori e vite al potere di riconciliazione di Cristo!

4. In una tale atmosfera di preghiera, può fiorire il dialogo teologico e possiamo affrontare in conformità alle nostre responsabilità ecumeniche, quelle difficili questioni che ancora ci tengono divisi. Inoltre, la fervente preghiera ci illuminerà per vedere e ci darà forza per cogliere le occasioni che si presenteranno per dare una testimonianza comune a Gesù Cristo e al suo Vangelo. Tutti i cristiani del Giappone insieme sono un così piccolo numero. Nondimeno quale splendida missione è la vostra, di cercare di essere un lievito di amore in mezzo alle divergenze della società, per dare esempio di altruismo e proclamarlo con tutti gli altri valori del Vangelo di fronte ai valori materialistici del consumismo, per sottolineare la dignità umana e il valore della persona umana contro tutto ciò che nella società moderna potrebbe diminuirli. Col senso di solidarietà proprio dei cristiani che è noto in tutto il mondo, avete certamente un’abilità speciale per promuovere nella vostra terra una consapevolezza della responsabilità del Giappone verso i molti paesi e popoli dell’Asia che si trovano in una posizione meno favorevole. Specialmente nel dialogo con popoli di altra fede, possano i cristiani riunirsi per promuovere i valori religiosi ed umani. Fra le tendenze diverse in mezzo alle divisioni esistenti, voi potete essere un lievito, un seme di salvezza.

5. San Paolo esortava il popolo di Corinto: “Ascoltate il mio richiamo, siate concordi tra voi, vivete in pace e il Dio della pace sarà con voi” (2 Cor 13, 11). Vi offro oggi le sue parole come sostegno per i vostri sforzi per tenere sempre più a quella pienezza di comunione voluta da Cristo nostro Signore. La mia preghiera è che questa piccola schiera di cristiani giapponesi possa crescere insieme per essere un segno vivo di speranza in Giappone e in tutta l’Asia.

Possa il Signore custodirvi nella sua pace e possa l’amore di Cristo abitare sempre nei vostri cuori e nelle vostre case.

Preghiamo.

Signore,
spargi su di noi la pienezza
della tua misericordia
per il potere del tuo Spirito
rimuovi le divisioni fra i cristiani.
Fa’ che la tua Chiesa si elevi più chiaramente come un segno
per tutte le nazioni, affinché il mondo possa essere inondato
dalla luce del tuo Spirito
e credere in Gesù Cristo che Tu hai mandato,
che vive e regna con Te e con lo Spirito Santo,
un solo Dio per sempre. Amen."

John Paul II's Homily at Holy Mass in the Korakuen Stadium
Tokyo, Tuesday 24 February 1981 - in Italian, Portuguese & Spanish

"“Vi lascio la pace; vi do la mia pace” (Gv 14,27). Queste sono le parole di Cristo agli apostoli e ripetiamo queste sue parole ogni giorno nella Messa prima della Comunione.

In tal modo, Cristo stesso dice ogni giorno queste parole ed ogni giorno Egli divide con noi la sua pace, così come divide con noi il suo Corpo e il suo Sangue sotto la specie Eucaristica.

Ogni giorno, quindi, prendiamo da Cristo la sua pace per darla agli altri. Per trasmetterla.

Ciò già avviene durante la liturgia, quando, alle parole: “La pace sia con voi” tendiamo le nostre mani alle persone vicine a noi ed esprimiamo loro una vicinanza fraterna, il nostro desiderio di pace e di amore.

Da questo luogo, in cui viene celebrata la liturgia Eucaristica, il segno di pace si diffonde in ondate successive alla gente, alle famiglie, ai vicini, alle nazioni, a tutta la famiglia umana.

Cristo nostro Signore è l’eterno dispensatore di pace, quella pace che il mondo non può offrire perché il mondo non la conosce (cf. Gv 14,27).

2. Fratelli e sorelle diletti!

Vengo a voi nel nome di Cristo. Nel nome di Cristo ieri sono giunto in questa lontana isola, in questa grande città, la capitale della vostra nazione e dell’Impero, una città che è anche una delle sedi della Chiesa in Giappone.

Vengo a voi come pellegrino, seguendo il cammino della Buona Novella giunta qui secoli or sono ed accolta come il messaggio dell’amore di Dio per gli uomini, come il messaggio di pace. “Infatti Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Ed è proprio in nome di quel Cristo – il Figlio del Dio Eterno ed al tempo stesso nostro fratello, il Figlio di Maria di Nazaret – che sono qui tra voi e dico: “La pace sia con voi”.

3. Lo dico ad ognuno di voi e a tutti. La pace è un bene prezioso del cuore umano. In tal modo, quindi, mi rivolgo ai vostri cuori ed auguro a ciascuno di voi la pace del cuore.

La pace della buona coscienza. Questa è quella pace interiore, il dono della grazia e il frutto delle opere buone che colma le nostre vite di gioia e felicità. Per amore di questa pace desidero pregare con voi per ogni fratello e sorella nella vostra Chiesa giapponese ed in tutte le isole del Giappone.

4. La pace del cuore. Quando celebro tra voi e con voi l’Eucaristia di nostro Signore Gesù Cristo, desidero che voi tutti troviate in essa la pace con il nostro prossimo.

Pace: frutto di giustizia. Pace: frutto di amore. Come viene facilmente violata questa pace!

Troppo spesso la gente si separa, anche se fisicamente vicina, persino nella stessa famiglia!

Possa Cristo offrirci la capacità di restare in pace con gli altri. Possano attuarsi in noi le parole del suo discorso della montagna: “Beati siano gli operatori di pace” (Mt 5,9).

Forse noi possiamo imparare a costruire la pace ed a realizzare nella pace la società delle nostre famiglie, del nostro prossimo, dei nostri banchi di lavoro, delle nostre scuole, dei nostri uffici e stabilimenti.

Cristo, il pacificatore dà ai popoli di questa terra la benedizione di pace. Possano questi collaborare con essa, attraverso la giustizia e l’amore in tutte le circostanze della vita.

5. E così sono giunto sulla terra che ha conosciuto l’orrore particolare della distruzione nel corso dell’ultima guerra.

Il nome della città giapponese di Hiroshima è divenuto il simbolo delle minacce verso cui l’intera umanità si sta muovendo, qualora non riesca a vincere la terribile tentazione di dominare gli altri con mezzi di totale distruzione nucleare.

Qui, dove il ricordo ed i segni dell’esplosione della prima guerra atomica sono vivi ed evidenti, le parole di Cristo non possono non assumere un particolare vigore: “La pace sia con voi!”

Queste parole devono diventare un richiamo. Devono riecheggiare tutto l’orrore del monito ultimo.

Devono diventare un appello, un categorico appello ad ogni possibile collaborazione dei popoli per la pace nel mondo.

Alla collaborazione dei popoli di tutte le lingue, nazioni, razze e religioni, i popoli di tutti gli Stati e di tutte le generazioni. Cristo dice: “A voi do la mia pace”.

Quanto ancora ci resta da fare affinché questo dono di pace possa giungerci; affinché non possa essere distrutto dalla nostra codardia o cattiva volontà; affinché si possa evitare di far rivivere all’umanità una nuova Hiroshima.

6. Nel cuore della grande città, in Giappone, ogni giorno Cristo si rivolge a noi e dice: La pace sia con voi! Lo dice alla gente umile, affettuosa e gentile, ai figli ed alle figlie della sua terra che sono sensibili, in modo particolarmente significativo, alla bellezza del mondo e alla regola che guida la natura.

L’uomo è chiamato da Dio a godere di questa bellezza, a condividere questa regola.

Il cuore umano deve battere con calma al ritmo di tutto il creato, attraverso il quale il Creatore gli parla.

Ma il cuore umano è insaziabile... e non può trovare pace (come scrisse il grande Agostino) fino a quando non riposa in Dio.

7. Ai cuori dei figli e delle figlie del Giappone desidero oggi ripetere le parole di Cristo sulla pace e ripetendole nella grande preghiera Eucaristica esprimono questa speranza: che questi cuori possano, attraverso Cristo, trovare pace in Dio! Quella pace che il mondo non può dare. Amen."

Papa John Paul II's words to Young People
Budokan, Tokyo, Tuesday 24 February 1981 - in Italian, Portuguese & Spanish

"“Cari giovani,
1. Questo è un momento molto particolare per me: essere qui con voi tutti a Tokyo. In passato ho provato gioia – immensa gioia – nel trovarmi con i giovani dell’Europa, dell’America del Nord e del Sud e dell’Africa. E ora, nel corso di questo viaggio in Asia, ho la gioia di essere con la gioventù del Giappone.

Ovunque vada, desidero parlare con i giovani di loro e del significato della loro vita. E questo è ciò che desidero fare con voi oggi: parlare del vostro scopo nella vita – dello scopo per cui voi vivete; del vostro destino – di dove voi state andando.

2. Voi vivete, cari giovani, in mezzo ad un meraviglioso progresso in un mondo tecnologico. Avete ricevuto molte cose buone nella vostra vita, cose che possono rendere la vita stessa più facile, più interessante, più piacevole. Ma questo grande progresso non apporta automaticamente appagamento; non crea automaticamente pace profonda nei vostri cuori. Sì, il materialismo, la permissività e l’egocentrismo che così spesso accompagnano il progresso moderno tentano di invadere la vostra vita e c’è sempre la possibilità che essi soffochino i vostri valori morali e spirituali, quei valori che danno una reale e definitiva soddisfazione.

3. Come gioventù è importante che abbiate una visione del mondo e della persona umana nella loro totalità. È il nobile ruolo di un’educazione genuina a darvi questa visione completa, quando tutta la natura è percepita nella sua bellezza e bontà come riflesso reale di Dio Creatore. Ma per voi questo non sarà difficile perché tutti sanno quanto amiate la natura, quanto amiate le vostre montagne, i vostri laghi, le vostre foreste variopinte e la bellezza dei vostri giardini. Tutti sanno quanto desideriate avere una casa – se pur piccola – in cui possiate piantare alberi e molti fiori. E voi giovani che studiate e lavorate nelle grandi città, ma vivete nei piccoli villaggi desiderate sempre tornare a casa in primavera quando i fiori sbocciano ed in autunno quando la natura si tinge di rosso. In tal modo, e in altri modi, volete provare uno stretto contatto con la natura; volete conservarla incontaminata e proteggerla da possibili danni.

Una visione totale della natura e dell’uomo vi invita ad avere una grande apertura verso il prossimo, verso coloro che vivono vicino a voi, i vostri connazionali e tutti i popoli oltre il mare. Tutta la gioventù del mondo è chiamata alla solidarietà universale. Per questo motivo, come giovani dovete occuparvi del povero, del bisognoso, dell’affamato, dell’invalido, del malato e del sofferente, di tutti coloro che vivono ai margini della società. Ovunque possano essere, sono tutti vostri fratelli e sorelle nella famiglia umana.

Voi avete già fatto molto per contribuire alla edificazione di un mondo più solidale in cui il benessere sia diffuso tra tutti e i sacrifici vengano sostenuti insieme. Ma ci sono ancora ponti da costruire; ponti di amicizia e fratellanza; ponti di giustizia, d’amore e di pace. Molti vostri fratelli e sorelle hanno ancora bisogno del vostro incoraggiamento, del vostro aiuto e del vostro appoggio lungo il cammino della vita.

4. Comprendere questo vostro ruolo nei confronti del vostro prossimo è parte di ciò che significa vedere la vita e l’uomo nella loro totalità. Potete vedere che un autentico appagamento si ha dando se stessi e quando questo dare è completo. Solo così si trova allora appagamento e gioia di vivere. Aiutando gli altri che sono nel bisogno voi diventate per essi una fonte ed un segno di speranza. Nel contempo la noia, lo scoraggiamento e anche la disperazione possono essere allontanate dalla forza della speranza che si sprigiona dagli altri. Questa è la missione della gioventù di oggi: far fronte insieme alle sfide della vita, sentirsi responsabili l’un dell’altro e rimanere uniti nello sforzo per raggiungere gli scopi della vita così come gli scalatori sono impazienti di raggiungere la vetta della montagna.

Giovani del Giappone, elevate il vostro sguardo oggi e sempre verso la bellezza delle vostre montagne e il resto della natura, ma soprattutto verso il Creatore la cui bellezza e grandezza sono manifestate in tutto il creato ed in particolare nell’uomo. Il vostro sguardo e la vostra ammirazione non devono soffermarsi sulle creature, ma dovete ascoltare le loro voci che gridano a ciascuno di voi così come le udì dire secoli or sono il famoso Agostino di Ippona: “Guarda su di noi... siamo le sue creature” (Sant’Agostino, Confessiones, X, 6).

5. Con il vostro permesso, desidererei a questo punto aggiungere una parola speciale per tutti i miei fratelli e sorelle della Chiesa cattolica e cioè: in Gesù Cristo, che noi riconosciamo come Figlio di Dio fatto uomo, generato dalla Vergine Maria, vediamo la perfezione dell’umanità e tutta la bellezza della manifestazione di Dio nel mondo. È Cristo che rivela a noi, nella sua pienezza, il significato del mondo e la dignità e il destino dell’uomo. È attraverso la fedeltà al messaggio di Gesù – al suo insegnamento ed amore fraterno – che possiamo rendere il servizio supremo ai nostri fratelli e sorelle.

Non dimentichiamo mai le semplici parole di Gesù che sono scritte per noi nel Vangelo: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12). In tal modo, lavorando insieme, con i giovani di ogni nazione e con tutti i vostri connazionali e con i vostri simili, avrete uno scopo ed un destino nella vita e sarete in grado di creare un nuovo ordine di armonia e di pace, di giustizia e di amore.

Cari giovani del Giappone, avendo piena fiducia in voi, vi esorto a superare ogni tentazione di egoismo, ad aprire i vostri cuori ai valori trascendenti ed al mondo intero. Ed insieme a tutti gli altri giovani della terra edificate il mondo di domani. Sì, cari giovani del Giappone, con l’aiuto di Dio, il futuro vi appartiene. Il futuro è vostro!"

Pope John Paul II's Address to the Diplomatic Corps
Apostolic Nunciature, Tokyo, Tuesday 24 February 1981 - in English, Italian, Portuguese & Spanish

"Your Excellencies, Ladies and Gentlemen,
1. In the course of my pastoral visit to East Asia and to the Catholic communities of the Philippines, Guam and Japan, I am happy and honored to have the opportunity of meeting with the Diplomatic Corps accredited to the Government of Japan in this city of Tokyo. My first words are of sincere thanks to your Doyen who has kindly welcomed me. The courteous sentiments which he has expressed in my regard are greatly appreciated.

My visit, as I have already had the occasion to emphasize during this journey, is of a religious nature. I come to bring to the Catholic communities the fraternal support of the Church in Rome and throughout the world. I likewise come to meet the people of a region that has the distinction of being the home of ancient cultures and religions. While being Successor of the Apostle Peter in the See of Rome, I am also heir to the tradition of another Apostle, Paul, who, having received faith in Jesus Christ, travelled tirelessly to the different parts of the then known world to bear witness to what he believed in, and to speak a word of brotherhood, love end hope for all.

2. Your presence here today shows that you understand my mission and also the activity of the Catholic Church and the Holy See, in the different parts of the world. Because of its mission, which is religious in nature and worldwide in dimension, the Holy See is always eager to promote and to maintain a climate of mutual trust and of dialogue with all the living forces of society, and, therefore, with the authorities who have received from the people the mandate of fostering the common good.

The Catholic Church, in fidelity to her evangelical mission, wishes to be at the service of all humanity, of today's society, so often threatened or attacked. For this reason she strives to maintain friendly relations with all civil authorities and also, if they so desire, relations at the diplomatic level. Thus there is established, on the basis of mutual respect and understanding, a partnership of service for the progress of humanity.

Church and State—each in its own sphere, spiritual or temporal, each with its own proper means, without renouncing its own distinctive mission, without confusing its specific task—each one endeavors to carry out this service to humanity in order to promote that justice and that peace to which all humanity aspires.

I desire to pay homage here to the cordial relationship which the Government of Japan maintains with the Holy See, and which is exemplified by the presence of an Ambassador to the Holy See and of a Papal Representative in Tokyo. The latter has a special mission among the leaders of the Catholic community of this land but, like all of yοu, he also has the task of promoting a spirit of understanding and cooperation in the international domain.

3. Ladies and gentlemen, in the capital of this nation you are bearers of a mission that draws its meaning and inspiration from the ideals of peaceful and fraternal collaboration. You are all deeply conscious of your task. Without any doubt it is an important one ; in many circumstances it is difficult ; but it is always rewarding, since at the same time it is a school for mutual understanding and a testing ground for worldwide concerns.

The basis for any fruitful activity in promoting peaceful relations among nations is certainly the capacity for correctly and sympathetically valuing each other's specific qualities. Japan certainly offers a true school for understanding, for Japan is unique in its history, in its culture and in its spiritual values. Through the course of many centuries, Japanese society has constantly honored its own traditions by maintaining a true appreciation of the spiritual. It has expressed those traditions in its torii and temples, in the arts, in literature, in the theater and in music, at the same time preserving, even in the midst of increasing economic and industrial development, its distinctive Japanese characteristics.

Αs diplomats, you are witnesses to and sometimes sharers in the events that mark the history and the life of the Japanese people and especially of its culture, and sο you are able to acquire a deeper understanding of the differences that shape the character and the spirit of each nation and people. Indeed, as I said last month in my address to the Diplomatic Corps accredited to the Holy See : "Culture is the life of the spirit ; it is the key which gives access to the deepest and most jealously guarded secrets of the life of peoples : it is the fundamental and unifying expression of their existence"[1]. Just as it is necessary to be deeply rooted in one's own culture in order to understand the values and the spirit of one's own nation, so alsο it is necessary to view with impartiality the manifestations of the cultural life of other peoples, in order to understand the aspirations, needs and achievements of one's partner in dialogue and collaboration.

4. There is a second aspect to the function of the diplomat. You are called to be instruments—even to be on the frontline—in building a new order of relations in the world. Precisely because each people is distinguished from others by its cultural inheritance and its achievements, it can offer a unique and irreplaceable contribution to all the others. Without surrendering their own values, nations can work together and build a true international community characterized by shared responsibility for the universal common good.

More than ever, the world situation today demands that this common responsibility be taken up in a true universal spirit. Every diplomatic community thus becomes a testing ground for worldwide concerns. In your daily personal contacts with your colleagues, in your official dealings with the host government and its agencies, in endeavoring to know and to understand the local culture, in taking an active part in the We of the community that offers you its hospitality, you will develop those attitudes of respect and appreciation that are so needed in order to build fraternal relations between the nations of the world.

5. Many of yοu have already accumulated a rich experience in intercultural relations and exchange, gained through years of service to your own country in different parts of the world. It is my hope that your mission here in Japan will help you to discover and understand more profoundly, beyond the Japanese context, the rich reality of all Asia and of all the Asian peoples.

Asia has a special role to play in building up and strengthening the community of nations. So many problems of worldwide dimension remain to be solved, and Asia must participate in undertakings begun for this purpose. I wish to convey to you my conviction that world problems will not be solved unless each continent and nation plays its rightful role and makes its own specific contribution.

The nations of Asia must assume the role that is theirs by reason of their centuries-old cultures, their religious experience, their dynamism and enduring industriousness. The mainland and the archipelagos of Asia are certainly not devoid of problems (and which nation anywhere in the world can claim that it has solved all its people's problems?) but there is no greater challenge for a people than to share of its substance with others while at the same time trying to find the full solutions to its own problems.

6. Today, we are at a point in history where it has become economically and technically feasible to relieve the worst aspects of the extreme poverty that afflicts so many of our fellow human beings. The kinds of poverty are many : malnutrition and hunger, illiteracy and lack of basic education, chronic disease and high infant mortality, lack of meaningful employment and lack of proper housing. The obstacles to overcoming these problems are no longer primarily economic or technical, as they were in the past, but are now to be found in the spheres of convictions and institutions.

Is it not in fact a lack of political determination—at both national and international levels—that is the main obstacle to the successful elimination of the gravest forms of suffering and need? Is it not an absence of strong personal and collective convictions that prevents the poor from sharing more fully and equitably in their own development? Τhe present economic difficulties which in varying ways and degrees are affecting all nations must not become a pretext for giving in to the temptation to make the poor pay for the solution to the problems of the rich, by permitting a standard of living lower than what a rational definition of human decency would allow.

Although there are many compelling reasons for eliminating abject poverty, particularly in the developing world, I do not hesitate to state that the fundamental case against poverty is a moral one. It is the sign of a healthy community—whether it be the family, the nation or the international community itself—to recognize the moral imperative of mutual solidarity, justice and love. The generosity and the sense of fairness already at work in many international undertakings and programs must be further reinforced by an increased awareness of the ethical dimension. The public and governments must become ever more conscious of the fact that nobody may stand idly by as long as human beings are suffering and in need. The Holy See will never cease to raise its voice and to commit the full weight of its moral authority to increasing public awareness in this regard.

7. The opportunity will be given to me later in the course of my short stay in Japan to speak about the overriding concern for international peace, and to encourage the international community to increase its efforts in favor of peaceful relations between nations. On the present occasion just let me emphasize that endeavors for peace cannot be separated from the quest for a just society and for the effective development of all nations and peoples. Justice and development go hand in hand with peace. They are essential parts of a new world order still to be built. They are a path leading to a future of happiness and human dignity.

Ladies and gentlemen, yours is a splendid mission : to be the heralds of universality, the builders of peace among nations, the promoters of a new and just world. May each one of you, with your own governments, as well as in international meetings and institutions, be the advocate of less privileged people and nations. The ideal of international brotherhood in which we all so profoundly believe demands this. And by acting in this way you will indeed serve your own country and all humanity well.

May the peace and justice of Almighty God dwell in yοur hearts always. May his blessing come down upon you, upon your families, upοn yοur nations and upοn all your untiring efforts in the service of humanity."

JPII's Address to scientists & others at the United Nations University
Hiroshima, Wednesday 25 February 1981 - in English, Italian, Portuguese & Spanish

"Ladies and Gentlemen,
1. How can I express my feelings at this unique meeting, in Hiroshima, with the distinguished representatives of science, culture and higher learning? First of all, I would like to say that I feel very honored to be among a group of such highly qualified men and women, who devote their energies to the business of government and to research, intellectual reflection and teaching. I am very grateful to the City and Prefecture of Hiroshima for welcoming me here today. I thank you sincerely for your cordial and benevolent welcome.

I would like to offer a particular greeting to the representatives of the University of the United Nations, represented here by its Rector, Mr Soedjatmoko, the Vice-Rectors, members of the Council, and the principal collaborators of the University. Yοur institution, which by its statutes is linked to the United Nations Organization and to UNESCO, is a completely original creation, founded to promote the lofty aims of the United Nations at the levels of research, advanced training and the dissemination of knowledge ; it was deliberately established as a global and worldwide institution. My predecessor Paul VI and I have on more than one occasion expressed our esteem for this noble enterprise and our hopes for its future. It seeks to place science and research at the service of the great humanitarian ideals of peace, development, the improvement of food resources, the proper use of natural resources and cooperation between the nations.

2. Ladies and gentlemen, we have gathered here today at Hiroshima : and I would like you to know that I am deeply convinced that we have been given an historic occasion for reflecting together on the responsibility of science and technology at this period, marked as it is by so much hope and sο many anxieties. At Hiroshima, the facts speak for themselves, in a way that is dramatic, unforgettable and unique. In the face of an unforgettable tragedy, which touches us all as human beings, how can we fail to express our brotherhood and our deep sympathy at the frightful wound inflicted on the cities of Japan that bear the names of Hiroshima and Nagasaki?

That wound affected the whole of the human family. Hiroshima and Nagasaki : few events in history have had such an effect on man's conscience. The representatives of the world of science were not the ones least affected by the moral crisis caused throughout the world by the explosion of the first atomic bomb. The human mind had in fact made a terrible discovery. We realized with horror that nuclear energy would henceforth be available as a weapon of devastation ; then we learned that this terrible weapon had in fact been used, for the first time, for military purposes. And then there arose the question that will never leave us again: Will this weapon, perfected and multiplied beyond measure, be used tomorrow? If sο, would it not probably destroy the human family, its members and all the achievements of civilization?

3. Ladies and gentlemen, you who devote your lives to the modern sciences, yοu are the first to be able to evaluate the disaster that a nuclear war would inflict on the human family. Αnd I know that, ever since the explosion of the first atomic bomb, many of you have been anxiously wondering about the responsibility of modern science and of the technology that is the fruit of that science.

In a number of countries, associations of scholars and research-wοrkers express the anxiety of the scientific world in the face of an irresponsible use of science, which too often does grievous damage to the balance of nature, or brings with it the ruin and oppression of man by man. One thinks in the first place of physics, chemistry, biology and the genetical sciences, of which you rightly condemn those applications or experimentations which are detrimental to humanity. But one also has in mind the social sciences and the human behavioral sciences when they are utilized to manipulate people, to crush their minds, souls, dignity and freedom.

Criticism of science and technology is sometimes so severe that it comes close to condemning science itself. On the contrary, science and technology are a wonderful product of a God-given human creativity, since they have provided us with wonderful possibilities, and we all gratefully benefit from them. But we know that this potential is not a neutral one : it can be used either for man's progress or for his degradation. Like you, I have lived through this period, which I would call the "post-Hiroshima period", and I share your anxieties. And today I feel inspired to say this to you : surely the time has come for our society, and especially for the world of science, to realize that the future of humanity depends, as never before, on our collective moral choices.

4. In the past, it was possible to destroy a village, a town, a region, even a country. Now, it is the whole planet that has come under threat. This fact should finally compel everyone to face a basic moral consideration: from now on, it is only through a conscious choice and through a deliberate policy that humanity can survive.

The moral and political choice that faces us is that of putting all the resources of mind, science and culture at the service of peace and of the building up of a new society, a society that will succeed in eliminating the causes of fratricidal wars by generously pursuing the total progress of each individual and of all humanity. Of cοurse individuals and societies are always exposed to the passions of greed and hate ; but, as far as within us lies, let us try effectively to correct the social situations and structures that cause injustice and conflict. We shall build peace by building a more humane world. In the light of this hope, the scientific, cultural and university world has an eminent part to play. Peace is one of the loftiest achievements of culture, and for this reason it deserves all our intellectual and spiritual energy.

5. As scholars and researchers, you represent an international community, with a task that can be decisive for the future of humanity. But on one condition : that you succeed in defending and serving man's true culture as a precious possession. Your role is a noble one, when you work towards man's growth in his being and not just in his possessions or his knowledge or his power. It is in the depths of his being that man's true culture lies.

I tried to express this fundamental aspect of our civilization in an address that I gave to UNESCO on June 2, 1980: "culture is a specific way of man's 'existing' and 'being'... Culture is that through which man, as man, becomes more man, 'is' more, has more access to 'being'. The fundamental distinction between what man is and what he has, between being and having, has its foundation there too ... All man's 'having' is important for culture, is a factor creative of culture, only to the extent to which man, through his 'having', can at the same time 'be' more fully as a man, become more fully a man in all the dimensions of his existence, in everything that characterizes his humanity".

This concept of culture is based upon a total view of man, body and spirit, person and community, a rational being and one ennobled by love : "Yes ! the future of man depends on culture ! Yes ! the peace of the world depends on the primacy of the Spirit! Yes ! the peaceful future of mankind depends on love!"[1]. In truth, our future, our very survival are linked to the image that we will make of man.

6. Our future on this planet, exposed as it is to nuclear annihilation, depends upon one single factor: humanity must make a moral about-face. At the present moment of history, there must be a general mobilization of all men and women of good will. Humanity is being called upοn to take a major step forward, a step forward in civilization and wisdom.

A lack of civilization, an ignorance of man's true values, brings the risk that humanity will be destroyed. We must become wiser. Pope Paul VI, in his Encyclical entitled "The Development of Peoples"[2], several times stressed the urgent need to have recourse to the wise in order to guide the new society in its development. In particular, he said that "if further development calls for the work of more and more technicians, even more necessary is the deep thought and reflection of wise men in search of a new humanism which will enable modern man to find himself anew by embracing the higher values of love and friendship, of prayer and contemplation".

Above all, in this country of Japan, renowned for its creativity, both cultural and technological, a country with so many scientists, scholars, writers and religious thinkers, I take the liberty of making a very special appeal. I wish to address myself to the wise men and women of Japan, and through them to the wise men and women of the whole world, in order to encourage them to pursue ever more effectively the task of social and moral reconstruction, which our world so ardently awaits. Work together to defend and promote, among all the people of your nation and of the world the idea of a just world, a world made to man's scale, a world that enables human beings to fulfill their capacities, a world that sustains them in their material, moral and spiritual needs.

7. Men and women dedicated to research and culture : your work has taken on a completely new importance in this age marked by the rise of science and technology. What an achievement for our time, what intellectual and moral power, what a responsibility towards society and humanity! Shall we be able to join in placing this scientific and cultural heritage at the service of the true progress of humanity, for the building of a world of justice and dignity for all?

The task is enormous; some will call it an utopian one. But how can we fail to sustain the trust of modern men, against all the temptations to fatalism, to paralyzing passivity and to moral dejection? We must say to the people of today : dο not dοubt, your future is in your own hands. The building of a more just humanity or a more united international community is not just a dream or a vain ideal. It is a moral imperative, a sacred duty, one that the intellectual and spiritual genius of man can face, through a fresh mobilization of everybody's talents and energies, through putting to work all the technical and cultural resources of man.

8. The people of our time possess, in the first place, tremendous scientific and technological resources. And we are convinced that these resources could be far more effectively used for the development and growth of peoples ; let us envisage the progress made in agriculture, biology, medicine, the social communications media applied to education ; then there are the social and economic sciences, and the science of planning, all of which could combine to direct in a more humane and effective way the process of industrialization and urbanization, and promote the new models of international cooperation.

If all the rich nations of the world wanted to, they could call in an impressive number of specialists for the tasks of development. All of this obviously presupposes political choices, and, more fundamentally, moral options. The moment is approaching when priorities will have to be redefined. For example, it has been estimated that about a half of the world's research-workers are at present employed for military purposes. Can the human family morally go on much longer in this direction?

There is also the question of the economic resources needed for giving a decisive impulse to the integral advancement of the human family.

Here too we are faced with choices. Can we remain passive when we are told that humanity spends immensely more money on arms than on development, and when we learn that one soldier's equipment costs many times more than a child's education?

9. Science and technology have always formed part of man's culture, but today we are witnessing the speedily increasing growth of a technology which seems to have destroyed its equilibrium with the dimensions of culture by acting as an element of division. Such is the great problem facing modern society.

Science and technology are the most dynamic factors of the development of society today, but their intrinsic limitations do not make them capable, by themselves, of providing a power that will bind culture together. Hοw then can a culture absorb science and technology, with their dynamism, without losing its own identity?

There are three temptations to be avoided in this regard. The first is the temptation to pursue technological development for its own sake, the sort of development that has for its only norm that of its own growth and affirmation, as if it were a matter of an independent reality in between nature and a reality that is properly human, imposing on man the inevitable realization of his ever new possibilities, as if one should always do what is technically possible.

The second temptation is that of subjecting technological development to economic usefulness in accordance with the logic of profit or nonstop economic expansion, thus creating advantages for some while leaving others in poverty, with no care for the true common good of humanity, making technology into an instrument at the service of the ideology of "having".

Thirdly, there is also the temptation to subject technological development to the pursuit or maintenance of power, as happens when it is used for military purposes, and whenever people are manipulated in order that they may be dominated.

10. As men and women dedicated to culture, you enjoy immense moral credibility for acting upon all the centers of decision-making, whether private or public, that are capable of influencing the politics of tomorrow.

Using all honest and effective means, make sure that a total vision of man and a generous idea of culture prevail. Work out persuasive arguments, so that everyone will be brought to understand that peace or the survival of the human race is henceforth linked indissolubly with progress, development and dignity fοr all people. You will succeed in yοur task if you restate with conviction that "science and technology find their justification in the service that they render to man and to humanity" ; and that rational science must be linked with a series of spheres of knowledge open wide to spiritual values.

I urge all scientists, centers of research and universities to study more deeply the ethical problems of the technological society, a subject which is already engaging the attention of a number of modern thinkers. It is a question that is closely connected with the problems of the just sharing of resources, the use of techniques for peaceful purposes, the development of nations.

11. The construction of a new sοcial order presupposes, over and above the essential technological skills, a lofty inspiration, a courageous motivation, belief in man's future, in his dignity, in his destiny. It is man's heart and spirit that must be reached, beyond the divisions spawned by individual interests, selfishness and ideologies.

In a word, man must be loved for his own sake. This is the supreme value that all sincere humanists, generous thinkers and all the great religions want to promote.Love for man as such is at the center of the message of Jesus Christ and his Church : this relationship is indissoluble.

In my speech to UNESCO, I stressed the fundamental link between the Gospel and man in his very humanity : "This link is in fact a creator of culture in its very foundation ... Man must be affirmed for himself ... What is more, man must be lοved because he is man ; love must be claimed for man by reason of the particular dignity he possesses. The whole of the affirmations concerning man belongs to the very substance of Christ's message and of the mission of the Church"[3].

All those who desire the defense and progress of man must therefore love man for his own sake; and for this it is essential to count upon the values of the spirit, which are alone capable of transforming hearts and deeply-rooted attitudes. All of us who bear in our hearts the treasure of a religious faith must share in the common work of man's development, and we must do it with clear-sightedness and courage. All Christians, all those who call upon God, all spiritual families should be invited to join in a common effort to sustain, spiritually and culturally, all those men and women who devote themselves to the total growth of man.

12. In this country, one could nοt fail to evoke the great spiritual and religious traditions of Asia, traditions that have so enriched the worldwide heritage of man. Nor could one fail to wish for closer dialogue and effective collaboration between all those who believe in man's spiritual calling, his search for the Absolute, for justice, for fraternity, and, as we express it in our own faith, his thirst for redemption and immortality.

Rational science and man's religious knowledge need to be linked together. You who devote yourselves to the sciences, are you not invited to study the link which must be established between scientific and technolοgical knowledge and man's moral knowledge? Knowledge and virtue were cultivated together by the ancients, in the East as well as in the West. Even today, I know well, many scholars, even though they dο not all profess one particular religion, are searching for an integration between their science and their desire to serve the whole man.

Through their intellectual honesty, their quest for what is true, their self-discipline as scholars, and through their objectivity and respect before the mysteries of the universe, these people make up a great spiritual family. All those who generously dedicate their knowledge to the progress of the people and all those who have faith in man's spiritual calling are invited to a common task to constitute a real science of the total advancement of man.

13. In a word, I believe that our generation is faced by a great moral challenge, one which consists in harmonizing the values of science with the values of conscience. Speaking to UNESCO on June 2, 1980, I made an appeal that I put before you again today conviction, which is at the same time a moral imperative, forces itself upon anyone who has become aware of the situation ... consciences must be mobilized !

The efforts of human consciences must be increased in proportion to the tension between good and evil to which people at the end of the twentieth century are subjected. We must convince ourselves of the priority of ethics over technology, of the primacy of the person over things, of the superiority of the spirit over matter[4]. The cause of man will be served if science forms an alliance with conscience. The man of science will really help humanity if he keeps 'the sense of man's transcendence over the world and of God's transcendence over man'[5]".

Ladies and gentlemen, it is for you to take up this noble challenge."